Il corpo era in vacanza, la mente no, assorbiva e ora riporta.

I ponti sono passati, il relax è stato totale, e anche il pensiero ha subito un rallentamento. Qualcun’altro invece ha proseguito imperterrito nelle sue riflessioni. Sto parlando di Michele Serra e della sua rubrica quotidiana che tiene su Repubblica. Nella fattispecie gli interventi pubblicati in coincidenza delle due festività, il 25 Aprile e il 1° Maggio che penso meritino la lettura.

Al solito un’analisi lucida, sintetica e efficace  e una spiegazione illuminante sulla diversità tra destra e sinistra (esiste, esiste) e risultato elettorale.

“L’amaca” 25 Aprile 2008

Le polemiche sul “parlare rozzo” della Lega difettano di memoria storica. L’idea che “il popolo” possa e anzi debba esprimersi bassamente per distinguersi dai “figli di papà” e dai “fighetti” è, storicamente parlando, solo una scemenza dell’ultima ora. Massima ambizione del popolo, e spesso anche sua orgogliosa pratica, è sempre stato il raggiungimento di quella cultura e di quella dignità che gli erano negate dalla discriminazione di classe. Dell’ignoranza e della volgarità di modi il popolo si è sempre vergognato, perché sapeva benissimo che erano la prova della sua subalternità. Operai e contadini sognavano figli laureati, rispettavano “i professori” e vedevano nei libri il bene prezioso, e a loro precluso, della conoscenza. La lotta sindacale e operaia per i corsi delle “centocinquanta ore” è stata una delle pagine più gloriose del riscatto popolare in Italia. Non c’è peggiore tradimento del popolo che convincerlo dell’inevitabilità della sua ignoranza: sono sempre stati i padroni a pensare che i subalterni non avessero alcuna necessità di acquisire cultura, e anzi la cultura potesse renderli riottosi, e snaturarne il ruolo di bestie da lavoro. Non è mai stato il popolo, è sempre stata la piccola borghesia frustrata a odiare la cultura.

“L’amaca” 1Maggio 2008

In totale controtendenza rispetto a tutte le ossessioni post-ideologiche, il mio amico F. sostiene che o la politica è soprattutto battaglia di idee, oppure semplicemente non è. “Finché si va a votare per soddisfare gli interessi individuali vincerà sempre la destra, il cui legittimo mestiere è dare voce agli egoismi. Il giorno che si tornasse a votare per il bene comune, per un’idea di società, allora la politica tornerebbe ad appassionare, e la sinistra a vincere”.
Ecco una definizione brusca ma non sprovveduta della differenza tra destra e sinistra: è di destra chi vota avendo per guida i propri interessi, di sinistra chi vota pensando all’interesse collettivo. Se questo è vero almeno in parte, il mestiere della sinistra è molto diverso dall’affannosa rincorsa alla destra sul suo terreno (sicurezza, poche tasse, niente scocciature: vogliamo vivere tranquilli). La sinistra è condannata in eterno a mediare tra la natura degli individui e la cultura della collettività: e dunque a immaginare ciò che ancora non c’è, suggerire novità, progettare cambiamenti. Per noi adulti, cinici o forse solo logori, una sinistra siffatta è solo un remoto ricordo di giovinezza. Ma provate ad avere vent’anni adesso, e vedete un po’ se le discussioni sull’Ici e sull’Irpef bastano a smuovere una sola cellula del vostro cuore o del vostro cervello. 

 

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molto personale ma non troppo intimo.
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